Lenti per emianopsia: l’approccio sostitutivo

Antonio Lepri
Chirurgo oculista oftalmologo
4 minuti
 
Il Dott. Lepri ci fornisce la sua opinione riguardo vari tipi di approcci: sostitutivo (lenti per emianopsia) e neuroriabilitativo.
Sommario

    La redazione di Emianopsia ha il piacere proporvi l’intervista al Dott. Lepri: laureato in oftalmologia presso l’Università di Pisa, nel corso degli anni si interessato soprattutto alla chirurgia del segmento anteriore, con particolare riferimento alla chirurgia refrattiva, chirurgia oftalmoplastica e degli annessi oculari, oftalmopatia di Basedow e oftalmologia pediatrica. Il Dott. Lepri ci fornisce un approfondimento sui vari tipi di approcci: sostitutivo (lenti per emianopsia) e neuroriabilitativo. Lo ringraziamo per aver mettesso a disposizione dei lettori la propria esperienza con lo scopo di fare chiarezza su questo peculiare deficit visivo.

    Prima di iniziare un breve video pubblicato da Giuseppe Toffoli che simula la visione tramite lenti prismatiche.

    Simulazione lenti per emianopsia.

    Dott. Lepri, può raccontare ai nostri lettori la sua esperienza con questo tipo di sintomatologia (emianopsia) e con i relativi pazienti: quali sono i casi clinici in cui, più frequentemente, ricorre questo particolare deficit?

    L’emianopsia è l’amputazione di parte del campo visivo, data da lesioni a livello del sistema nervoso centrale, e può essere legata a varie patologie fra cui trombosi, ictus, aneurismi, processi espansivi intracranici e ischemie.

    Nel corso della mia carriera, i pazienti emianoptici che ho incontrato erano reduci dalle più svariate patologie, in particolar modo da adenomi ipofisari. Il difetto emianopsico più frequente è risultato quindi essere l’emianopsia bitemporale, in cui la perdita del campo visivo risulta essere a livello temporale di entrambe le emiretine: la conseguenza di ciò è la perdita della visione periferica. Seguono poi tutte le altre emianopsie: binasali e altitudinali.

    L’emianopsia è certamente una sintomatologia molto peculiare ma che può nascondere insidie durante il processo di diagnosi (potrebbe infatti risultare difficile fare una distinzione con il neglect). Può spiegarci come si svolge la diagnosi e quali sono i segnali che assimilano il deficit visivo all’emianopsia? 

    Il neglect, o negligenza spaziale unilaterale (NSU), è un deficit della percezione e rientra nei disturbi dell’attenzione: si ha quindi un deficit della percezione di stimoli dell’emicampo controlesionale a vari livelli, ovvero corporeo o spaziale, che comporta anche un minor uso delle estremità dell’emisoma controlaterale.

    I sintomi principali di neglect visivo sono:

    • Riduzione della capacità di esplorare attivamente l’emispazio controlaterale alla lesione.
    • La ridotta tendenza a rispondere a stimoli provenienti dallo spazio controlaterale alla lesione.

    Può essere conseguenza di:

    • Ictus.
    • Traumi.
    • Emorragie cerebrali.
    • Processi espansivi intracranici, fra cui le neoplasie con coinvolgimento del lobo parietale destro, dell’arteria cerebrale posteriore, o cerebrale media, del talamo, dei gangli della base o del lobo frontale.

    A differenza dell’emianopsia, in cui si ha un ostacolo alla propagazione di stimoli nel percorso visivo, nel neglect l’informazione visiva percorre tutte le vie visive e subisce il normale processo di elaborazione, ma non raggiunge il livello di coscienza. Per la diagnosi del neglect, infatti, vengono utilizzati test neuropsicologici standardizzati, mentre nell’emianopsia si utilizza l’esame del campo visivo associato alle varie indagini come la risonanza magnetica e la TC.

    È importante inoltre ricordare che la consapevolezza del deficit è assente nell’eminegligenza, al contrario risulta presente nell’emianopsia.

    Può indicarci quali sono differenze, pregi e difetti che caratterizzano i vari approcci volti al recupero dall’emianopsia (ad esempio: approccio neuroriabilitativo; approccio mediante ausili ottici come lenti per emianopsia)?

    I vari approcci volti al recupero dell’emianopsia sono caratterizzati da pregi e difetti che possono essere ritenuti in parte soggettivi, anche in base alle aspettative del paziente; proprio per questo motivo è importante avere una comunicazione approfondita con questa tipologia di pazienti. Il trattamento riabilitativo consiste nell’educare il paziente verso tecniche di orientamento e mobilità, adattando le capacità visive residue alle diverse situazioni o cercando di aumentare le risposte a questi deficit. 

    Le lenti prismatiche non riescono ad aumentare l’estensione del campo visivo, ma inducono uno spostamento della zona visiva in una direzione “più centrale.

    Il processo neuroriabilitativo è volto ad aumentare nel paziente il movimento saccadico, ovvero il tempo di risposta a stimoli visivi tramite stimoli audiovisivi.”

    Può dirci come è solito trattare i casi di emianopsia? Preferisce utilizzare lenti prismatiche oppure è maggiormente orientato verso altri tipi di approccio?

    Solitamente preferisco trattare l’emianopsia tramite i classici ausili ottici, fra cui lenti prismatiche. Credo però che sia fortemente importante cercare metodi innovativi di riabilitazione, anche a distanza (legati alla telemedicina), che possano favorire anche l’autonomia e la tranquillità del paziente nell’eseguire la riabilitazione.

    Ringraziamo il Dott. Lepri per la disponibilità e per aver messo a disposizione dei lettori la sua esperienza nel settore. Usciamo da quest’intervento con più consapevolezza anche sulle funzionalità delle lenti per emianopsia. Non possiamo far altro che apprezzare anche la chiusa rivolta all’importanza strategica di cui si è ormai vestita la telemedicina. Per approfondire i vantaggi di questa rivoluzione socio-culturale potete leggere il nostro articolo Rivoluzione digitale in sanità: tutti i vantaggi.

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