Neuroriabilitazione

Ictus: sintomi, conseguenze e riabilitazione

ictus

Ictus cerebrale rappresenta la terza causa di morte in Italia. Eccome come riconoscere i sintomi e come avviene la riabilitazione

La redazione di Emianopsia.com ha il piacere di ospitare la Dott.ssa Graziana Romano: laureata in psicologia con magistrale in neuroscienze cognitive. La Dott.ssa Romano ci propone un approfondimento sull’ictus.

Che cos’è l’ictus?

Questo termine indica un danno cerebrale persistente a esordio acuto dovuto a cause vascolari. L’OMS dà questa definizione: improvvisa comparsa di segni e sintomi riferibili a deficit locale o globale (coma) delle funzioni cerebrali di durata superiore alle 24 ore o con esito infausto, non attribuibile ad altra causa. Il colpo apoplettico rappresenta la terza causa di morte in Italia, dopo neoplasie e malattie cardiovascolari e, la prima causa di invalidità nella popolazione adulta1.

Circa la metà dei soggetti colpiti riesce a ristabilirsi completamente, mentre nell’altra metà persistono lesioni da molto lievi a gravemente invalidanti. Lo stroke può causare deficit motori, sensitivi e cognitivi di varia gravità; i deficit di movimento sono ben conosciuti, diverso è il grado di conoscenza dei deficit cognitivi.

Tali deficit infatti, anche in assenza di disturbi del movimento, possono impedire una vita autonoma sia per quanto riguarda le più semplici attività della vita quotidiana sia per le più complesse attività sociali e di relazione. È importante sottolineare che solo 1/3 dei pazienti è consapevole di essere stato colpito da un evento cerebrale acuto, mentre i restanti 2/3 non hanno la stessa consapevolezza (anosognosia della malattia).

Come riconoscere un ictus?

La caratteristica principale del disturbo è l’insorgenza improvvisa; una persona in pieno benessere può accusare i sintomi tipici che nelle ore successive possono essere transitori, restare costanti o peggiorare. Talvolta è possibile che alcuni sintomi precedano lo stroke, come una cefalea intensa e improvvisa.

I sintomi sono diversi in rapporto alla zona danneggiata. I segnali più frequenti sono:

  • improvviso intorpidimento o debolezza a livello del viso, del braccio o della gamba di una metà del corpo;
  • senso di confusione improvvisa;
  • difficoltà a parlare e a capire quanto viene detto dagli altri;
  • improvvisa difficoltà visiva da un occhio;
  • difficoltà nella deambulazione, spesso associata a vertigini e a difficoltà nella coordinazione;
  • forte mal di testa fulmineo, senza causa nota o apparente;
  • nausea e vomito.

Ecco un video pubblicato da Linari Medical in cui Prof. Gandolfo fa una panoramica su che cos’è l’ictus, quali sono i suoi sintomi e qual è la sua epidemiologia.

Segnali a cui far attenzione per prevenire un ictus.

Quanti tipi di ictus ci sono?

L’ attacco cerebrale è un danno dovuto a cause vascolari. Il cervello riceve il sangue da diverse arterie (vasi sanguigni che dal cuore portano sangue e ossigeno in tutto il corpo), anteriormente dalle due arterie dette carotidi (destra e sinistra) e posteriormente dalle arterie vertebrali, che decorrono in entrambi i lati del collo. Un danno a questi vasi sanguigni può essere di natura differente e dare esiti altrettanto differenti. Gli eventi cerebrovascolari possono essere clinicamente classificati in quattro categorie:        

  • ischemico minore o TIA:
  • ischemico maggiore;
  • emorragico o emorragia intraparenchimale;     
  • emorragia subaracnoidea (ESA)

L’età è globalmente più elevata per gli ictus ischemici (superiore ai 70 anni), le emorragie subaracnoidee colpiscono in età più giovanili (tra i 48 e i 50 anni), mentre le emorragie intraparenchimali si situano in posizione intermedia.

Rispetto al genere, mentre gli infarti cerebrali e le emorragie intraparenchimali sono più frequenti nei maschi, l’emorragia subaracnoidea prevale nelle donne.

Ictus ischemico minore o TIA

Un TIA è attribuibile a un insufficiente apporto di sangue di durata inferiore a 24 ore. Rappresentano una tipologia di stroke che risulta dalla temporanea interruzione del flusso sanguigno all’interno dei segmenti cerebrali, hanno insorgenza rapida circa 5 minuti e breve durata dai 12 ai 15 minuti fino alle 24 ore. Non contribuiscono ai traumi cerebrali dato che non danneggiano le cellule cerebrali.

Nonostante ciò sono segnali d’allarme di un evento prossimo infatti si manifestano in circa 1/3 dei soggetti che in seguito presenteranno un ictus ischemico definitivo e rappresentano un importante fattore l’individuazione dei soggetti a rischio di malattia cerebrovascolare. Il rischio di colpo apoplettico in soggetti con TIA è di oltre 10 volte più alto rispetto alla popolazione generale della medesima età e dello stesso genere.

Ictus ischemico maggiore

Questo tipo (il più frequente 80% dei casi) dipende dall’occlusione di un vaso intracranico per mezzo di aterosclerosi trombi coaguli etc. Questa tipologia è la più frequente (80% dei casi).

Nelle forme ischemiche, la parte di cervello irrorata dal vaso occluso non è più rifornita di sangue e ossigeno, fondamentali per la sopravvivenza del tessuto cerebrale, le quali vanno incontro a morte cellulare (necrosi) e quella zona perde la sua funzione, manifestando la sintomatologia specifica all’area danneggiata come cecità paralisi o vertigini.

Perché si verifichi un attacco cerebrale il periodo di ischemia deve essere prolungato e persistente, al contrario se la durata è breve e si verifica una ripresa totale immediata delle funzioni cerebrali si è trattato solamente di un attacco ischemico transitorio (TIA).

Nel caso dell’ischemico maggiore embolico, un coagulo di sangue viaggia dal cuore nel flusso sanguigno, se raggiunge un piccolo vaso si ferma ostruendo il passaggio del sangue e causando un ictus embolico. L’ictus trombotico è invece provocato da un diminuito afflusso di sangue al cervello causato da un deposito di grasso sulle pareti dei vasi che blocca il rifornimento di sangue a una o più arterie. I sintomi devono perdurare per più di 24 ore o determinare il decesso.

Ictus emorragico o emorragia intraparenchimale

Questo tipo consiste nella rottura di un vaso con conseguente sanguinamento e stravaso, ha una maggiore mortalità rispetto allo stroke di origine ischemica anche se rappresenta solamente il 20% dei casi. Nelle forme emorragiche il sangue distrugge una parte del cervello.

A seconda della zona colpita, prende la denominazione di:

  • emorragia subaracnoidea che risulta da un sanguinamento nello spazio tra lo strato interno e quello medio delle meningi spesso dovuto ad un trauma o alla rottura di un aneurisma cerebrale;
  • emorragia intracerebrale che è un sanguinamento diretto all’interno del parenchima cerebrale spesso attribuibile a ipertensione cronica;
  • ematoma subdurale.

La classica emorragia cerebrale si caratterizza per un deficit neurologico focale che progredisce in pochi minuti o ore e si accompagna a cefalea, agitazione, nausea, vomito, incremento della pressione arteriosa e crisi epilettiche. Il livello di riduzione dello stato di coscienza è in relazione alle dimensioni e alla localizzazione dell’ematoma.

Il quadro clinico varia in relazione all’entità dell’emorragia e all’area interessata dall’attacco cerebrale.

Emoraggia subaracnoidea (ESA)

Si tratta di un evento acuto caratterizzato da uno spandimento emorragico nello spazio subaracnoideo. Si ritiene possa essere causato o da un rapido aumento della pressione endocranica, o da aritmia cardiaca, o da edema polmonare acuto. L’ESA è forse l’unico tipo di stroke che può causare il decesso improvviso in circa il 15% dei casi.

Quali sono le conseguenze di un ictus?

Quando colpisce un emisfero provoca difficoltà nella parte controlaterale del corpo (o parte controlaterale alla lesione). I principali disturbi cognitivi che possono insorgere riguardano principalmente le funzioni motorie (emiparesi), sensitive, cognitive e di linguaggio.

I disturbi nella capacità di comprendere e/o produrre il linguaggio orale o scritto si chiamano afasie. L’afasia può essere di comprensione quando la persona si esprime in modo fluente ma non comprende ciò che gli viene detto, oppure di espressione, quando pur comprendendo ciò che le viene detto virgola non è in grado di poter esprimere verbalmente i concetti e le parole che ha in mente.

I disturbi nella prassia si manifestano con l’incapacità di eseguire volontariamente un’azione con una determinata parte del corpo (bocca, faccia, gambe e braccia), ma rimane invece intatta la capacità di fare quel movimento in modo automatico, cioè quando non c’è l’intenzione consapevole di farlo.

Il rallentamento cognitivo è un disturbo molto comune successivo allo stroke: la maggior parte dei pazienti mostra infatti una marcata lentezza di elaborazione delle informazioni, scarsa attenzione e difficoltà mnesiche. È probabile che la persona che ha subito un attacco cerebrale possa sviluppare un quadro di demenza vascolare. Abbastanza frequentemente un colpo apoplettico che colpisce il lobo parietale destro causa una difficoltà di attenzione spaziale chiamata neglect.

Questo disturbo è altamente invalidante in quanto la persona che ne è affetta non riesce a prestare attenzione a tutto ciò che si trova nella metà sinistra dello spazio, e molto spesso alla sua stessa metà sinistra del corpo. Altri disturbi a carico di percezione e riconoscimento possono essere: emianopsia, acromatopsia e anosmia per i colori, allucinazioni visive, agnosia.

Riabilitazione

A seconda della gravità della lesione a livello cerebrale, varia la possibilità di recupero delle funzioni.

Il trattamento riabilitativo risulta indispensabile e determinante sia per il recupero del movimento, della sensibilità e delle funzioni cognitive sia per prevenire complicazioni come la rigidità o le lesioni da decubito2. E sempre consigliato rivolgersi ad uno stroke center.

Scopo dell’intervento riabilitativo è quello di promuovere da parte del paziente un apprendimento di competenze, sfruttando tutti i sistemi funzionali rimasti integri, sviluppando nuove abilità per garantire il raggiungimento del miglior controllo possibile della propria persona e dell’ambiente circostante. A questo obiettivo concorrono sia strategie mirate a ridurre il deficit motorio e cognitivo sia tecniche di addestramento a comportamenti compensativi che garantiscono il perseguimento di un’indipendenza funzionale nonostante i deficit persistenti.

Tecniche di neuroriabilitazione

Di particolare interesse è l’influenza dei training riabilitativi sulla riorganizzazione neurologica; le tecniche immaginative di neuroriabilitazione motoria, ad esempio, possono essere facilmente usate per gli individui che mostrano esiti sensori motori dopo l’ictus.

La Mirror Therapy3, ad esempio, consiste nel far muovere simmetricamente in maniera ripetitiva al paziente emiparetico entrambi gli arti superiori osservando l’arto sano ad uno specchio posizionato lungo l’asse sagittale del corpo per dare al paziente la sensazione di vedere di vedere una motilità normale dell’arto paretico.

É molto importante eseguire una valutazione accurata del deficit per poter costruire un protocollo riabilitativo ad hoc ​per ogni paziente che tenga conto degli obiettivi a breve e lungo termine da raggiungere.


1Warlow, C., Sudlow, C., Dennis, M., Wardlaw, J., & Sandercock, P. (2003). Stroke. Lancet (London, England), 362(9391), 1211–1224.
2Divani, A. A., Vazquez, G., Barrett, A. M., Asadollahi, M., & Luft, A. R. (2009). Risk factors associated with injury attributable to falling among elderly population with history of stroke. Stroke, 40(10), 3286–3292.
3Cattaneo, L., & Rizzolatti, G. (2009). The mirror neuron system. Archives of neurology, 66(5), 557–560.
Pino, O. (2017). Ricucire i ricordi. La memoria, i suoi disturbi, le sue evidenze di efficacia dei trattamenti riabilitativi, Milano: Mondadori Education S.p.A.

Graziana Romano
Psicologa di Parma, specializzata in neuroscienze cognitive.

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